Vittorio Centanaro. Un ritratto di Paolo Lingua

di Paolo Lingua

E’ arduo, per non dire impossibile, tracciare un profilo di Vittorio Centanaro: l’ideale pentagramma  sul quale si dovrebbe scrivere la singolare chanson de geste della sua vita si ribella e s’intorcina, come il cartoon di Walt Disney che creava buffi mostri che inseguivano le note del Volo del calabrone di Rimskij-Korsakov.  Su Vittorio corre la leggenda di non aver suonato mai lo stesso pezzo allo stesso modo. Ogni volta ci metteva cuore, sangue, passione differenti. Aveva ragione un critico musicale acuto e raffinato come Claudio Tempo che osservava una volta che semmai Centanaro doveva guardarsi dal fare troppo non certo dal fare troppo poco. In un passaggio poco sopra della medesima recensione, lo stesso critico lo aveva inquadrato in pochi tratti efficaci ricco di fantasia, di fervore esecutivo, di passione timbrica, unisce alla effervescenza tecnica una intensa e trascinante valutazione emotiva delle linee musicali. Siamo nell’autunno del 1968, la piena maturità di Vittorio Centanaro che ha messo insieme un “duo” di felice successo con Luciano Winderling che non suona la chitarra bene come lui, ma è colto, fine e ha una voce gradevole e, sempre a dirla con Claudio Tempo, dispone di una vocalità confidente, aperta, simpatica e stilisticamente agguerrita. Il 1968 è dunque un punto d’arrivo per il quasi quarantenne Centanaro, nella vita privata impiegato di concetto alle Poste Italiane.

Nato il 21 aprile nel 1929 da una famiglia di modeste condizioni economiche (il padre, vigile del fuoco, sarebbe morto appena cinquantenne, lasciando in difficoltà la moglie e due figli, dei quali Vittorio è il maggiore), non studia mai musica regolarmente e avrà, per modo di dire, un maestro solo dopo i 23 anni. A 13 anni su una vecchia chitarra scassata trovata in casa e poi, poco dopo, su uno strumento a 7 corde – che poteva eseguire pezzi per liuto – che il padre era riuscito a regalargli, impara da solo la letteratura musicale per chitarra classica, copiando, grazie a una splendida calligrafia, migliaia di pagine di musica trovate in biblioteca, dal momento che non si può permettere il lusso di comprare gli spartiti. A 16 anni abbandona gli studi regolari, rinunciando a diventare ragioniere, e s’impiega, dopo un concorso, alle Poste Italiane dove rimane per oltre quarant’anni. La sua adolescenza e la sua giovinezza sono scandite da  una travolgente e febbrile passione musicale,  tutta concentrata su un genere poco popolare, quale la chitarra classica, vista con diffidenza e distacco anche nei Conservatori, dove comincerà a essere insegnata regolarmente solo all’inizio degli anni Settanta.

Nei confronti della chitarra ha un vero culto, ma è attirato da tutta la musica classica, oltre che dalla musica colta, di corte e d’intrattenimento dal Medioevo al Rinascimento, sino ai secoli XVII e XVIII. Comincia a suonare, sovente  senza essere pagato, ma non gliene importa nulla purchè il pubblico apprezzi il suo prodotto. Non scende a compromessi, neppure in vista di buoni guadagni e rinuncia a suonare (e a un lauto ingaggio) travestito da pirata in una serie di concerti estivi presso uno stabilimento balneare prestigioso, perché la proposta lo offende e soprattutto offende la sua musica.

Alla fine degli anni Cinquanta, comincia a frequentare i futuri protagonisti del mondo dello spettacolo, proprio a Genova, alla “Borsa di Arlecchino”: Paolo Poli, Aldo Trionfo, Carmelo Bene (Vittorio Centanaro cura per quest’ultimo il commento musicale dello spettacolo “Doctor Jackill and Mister Hyde”). Poi  entra, fisiologicamente, nel giro dei cantautori genovesi: Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè. Di quest’ultimo, è uno dei primi collaboratori stretti e mette a punto gli arrangiamenti di alcuni brani celebri: “La guerra di Piero”, “Fila la lana”, “Si chiamava Gesù”. De Andrè in un suo scritto è prodigo di elogi per l’amico Vittorio, definito una delle persone più pulite che abbia mai conosciuto. Poi  scrive e parla di lui come di un eterno bambino. Non è un giudizio riduttivo: Centanaro è davvero il fanciullino pascoliano, nel senso che per lui la percezione, la fruizione e la costruzione dell’arte – sia essa esecuzione o addirittura composizione creativa – avvengono con un percorso diretto, senza mediazioni, in un contesto di sapiente intuizione e di altrettanto libera stupefazione.

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